CAPITOLO 8 - Lontano da chi?

Foto di Cristina Barbieri
Sergio Bambaren disse: "L'amore è anche imparare a rinunciare all'altro, a saper dire addio senza lasciare che i tuoi sentimenti ostacolino ciò che probabilmente sarà la cosa migliore per coloro che amiamo."


Da quando avevamo combinato quel guaio disciplinare, la Ferrari non era più la stessa. Ci trattava con freddo distacco e non accennò più ai suoi discorsi sul rispetto e stima reciproca: noi le avevamo mancato di rispetto e lei aveva smesso di stimarci, di credere in noi, come all’inizio. Il suo sarcasmo si fece più tagliente e le sue reazioni molte volte eccessivamente esagerate:
“Prof, guardi che il cancellino della lavagna è caduto a terra!”  
Non lo avessi mai detto. Giuro solennemente che questa volta il tono della mia voce non fu sgarbato, né insolente:
“Certo Matilde che non smetti un secondo di fare la zitella! Ho per caso chiesto dove fosse il cancellino? Non mi sembra! Se tu ci tieni tanto a quella specie di straccio impregnato di gesso: vieni, lo raccogli e intanto che ci sei, pulisci la lavagna!” 
Vidi gli altri miei compagni scoppiare in una risata rumorosa. Io non ci trovavo nulla di divertente. In quel momento avrei voluto sprofondare almeno dieci metri sotto terra. Non potendolo fare, mi limitai ad abbassare lo sguardo sul Piacere di D’Annunzio.
Era diventata ufficialmente insopportabile: anche i miei compagni che inizialmente l’adoravano e la veneravano come una dea caduta dal cielo, cominciarono a percepire quanto, il suo modo di porsi, fosse spesso fastidioso e irritante. 
Forse aveva la scorza dura e il cuore tenero, forse era solo un modo per difendersi e cercare di nascondere le sue debolezze e insicurezze, o forse era davvero così sgradevole e indisponente, di una cosa però ero certa: all’età di 18 anni non si ha né la voglia, né l’interesse a trovare una giustificazione per questi comportamenti. Quindi, quando ci si trova di fronte ad una situazione del genere, il professore viene immediatamente catalogato come acerrimo nemico.


CAPITOLO 7 - Lontano da chi?

Foto di Cristina Barbieri
Charles Bukowski disse: "Restare all'ufficio postale e impazzire...o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame."


Sapevo che Paolo il mercoledì e il sabato lavorava nell’ officina Panisi di Viale Tibaldi. In realtà lo scoprii per caso quando accompagnai mia sorella a ritirare la Polo che aveva lasciato dal meccanico il giorno prima. Me lo vidi sbucare all’improvviso, vestito con la divisa dell’officina e le tasche piene di arnesi.
“Paolo?” 
“Matilde! Speravo non mi vedessi conciato in questo modo!”
“Perché? Devo ammettere che la tuta da meccanico ti dona molto!” 
Il suo sguardo cambiò, assunse improvvisamente un’espressione dura:
“Ah capisco! E’ con la tuta da meccanico che mi vedi bene, magari ti faccio anche un po’ pena. E’ vero che  Filippo va in Bocconi e guida la Golf. ” Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni uno straccio e si pulì le mani. 
Ero completamente basita: “Ma che cosa stai dicendo? Il mio era solo un…” non  mi lasciò terminare la frase: con rabbia lanciò lo straccio per terra:
“…era solo cosa? Un complimento che potesse abituarmi meglio all’idea di doverla indossare tutta la vita? Ma cosa ne sai tu della vita? Infondo ricca come sei, otterrai tutto con uno schiocco di dita!” 
I miei occhi erano lucidi, sentii il labbro inferiore cominciare a tremare. Strinsi i pugni lungo i fianchi:
“Chi sei veramente? Il ragazzo gentile e premuroso o quello arrogante e prepotente? Sputi sentenze come se tu fossi l’unica vittima di questo mondo ingiusto. Non sai un bel niente di me e nemmeno della mia famiglia. Vivo in un bilocale con le mie due sorelle, a mala pena arriviamo a fine mese e questa la chiami vita da principessa?!?”